DIVIDE ET IMPERA

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Novembris, 119 a.B.c.

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Web Summit Lisbona 2021

Tra l’1 e il 4 Novembre ho avuto l’opportunità di partecipare al WebSummit di Lisbona, uno dei maggiori eventi sull’innovazione al mondo dove start up, investitori, aziende e stati hanno la possibilità di avere uno spazio espositivo dove poter comunicare e dare esempio del proprio valore aggiunto. Dal punto di vista professionale l’esperienza è stata un successo e consiglio a ogni lettore di vivere Lisbona in quel periodo sia per stimoli professionali che per i numerosi eventi che si sviluppano a seguito del summit, tuttavia, è stata anche un’occasione per mettere a confronto i vari sistema paese nella loro capacità e volontà di attirare talenti e innovazione nel paese.

 

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All’interno dei padiglioni adibiti al WebSummit (ex area expo di Lisbona) la quasi totalità dei paesi europei era presente più diversi paesi del golfo (Qatar il più coinvolto) e dell’asia (Taiwan, Corea del Sud) per ogni paese erano presenti rappresentanti delle camere di commercio, delle agenzie di innovazione e responsabili di programmi di finanziamento pubblici a disposizione delle start up per far raccontare le opportunità che il loro paese aveva da offrire in termini fiscali, regolamentativi e simili. Paesi come Germania, Spagna, Qatar e Taiwan nei loro padiglioni ospitavano diverse start up con aree dedicate e organizzavano iniziative per attirare più persone possibili nei loro spazi offrendo prodotti locali, birra gratis, caffè ecc. Il grande assente da tutto questo è ovviamente l’Italia.

 

Le dimensioni dello spazio italiano erano ridicole e delle stesse dimensioni dei padiglioni minori ovvero quelli dedicate alle Amministrazioni locali come le Isole Canarie, il personale italiano in larga parte non parlava inglese, era avantissimo con l’età e non aveva neanche una brochure o un volantino da consegnare in grado di riassumere le opportunità che l’Italia ha da offrire. Due pezzi di cartone con la scritta ITA e un tavolino con sopra un sacchetto di juta contenente i materiali di altri paesi raccolti durante la giornata erano tutto ciò che il nostro paese è stato in grado di portare in una vetrina globale dove erano presenti media e aziende di tutto il mondo.

 

La percezione restituita è di un paese che non sa e non vuole attrarre investimenti, talenti e innovazione, che non ha neanche l’orgoglio di provare a mettersi a livello dei paesi peer (es. Spagna)  in occasioni meramente simboliche e che non è in grado di offrire nulla alle realtà che decidono di rimanere in Italia. Questa percezione ovviamente non si riversa solo tra la comunità dei Founders Italiani li presente che si è ritrovata ad essere praticamente l’unica a non avere un padiglione-paese a offrire supporto ma anche tra gli investitori e le aziende (nel mio caso sono stato un più fortunato perché ero sotto un programma UE).

 

Come potete immaginare per me tale conferenza è stata un’occasione per incontrare principalmente investitori e cercare nuovi clienti, per gli investitori la singola parola Italia era una Red Flag, fortissima preoccupazione per l’impianto normativo considerato come non chiaro, incerto e poco tutelante, pochissima fiducia nella giustizia italiana nella risoluzione di controversie in tempi adeguati oltre a un panorama fiscale poco favorevole per l’elevata tassazione del lavoro.

 

In un’occasione di Mentor Hour (per un’ora avevi la possibilità di parlare con il Managing Director di un VC e chiedere quello che volevi) mi è stato detto che uno degli errori più gravi che ho commesso è stato incorporare in Italia non solo per le barriere all’entrata presenti (Notai costi accessori) ma per il ridottissimo numero di opportunità che l’Italia ha da offrire rispetto all’Olanda, Germania, Lussemburgo, Regno Unito e Catalogna.

Prima della mia settimana a Lisbona ho sempre avuto un latente sospetto che le lamentele sull’Italia fossero anche un po' condizionate da una personale esterofilia e di dovermi tappare il naso e andare avanti. E’ stata la prima volta in cui mi sono reso conto che rispetto ai miei colleghi in Germania o altri paesi io ho un costraint in più e quel costraint è il mio paese. Per altri paesi il mio lavoro è una potenziale opportunità, un asset e un qualcosa da valorizzare nel nostro è qualcosa a cui dare un qualche contentino ma che comunque va spremuto in nome di qualche categoria privilegiata.

 

E’ una riflessione banale e già sentita mille volte ma vi assicuro che vissuta direttamente è profondamente sconfortante. Sicuramente mi ha ricordato quanto una classe dirigente per essere consapevole debba essere affacciata e in competizione con il mondo per poter fare il meglio per le persone e le istituzioni sotto la propria responsabilità.

Nicolò Debenedetti

Decembris, 119 a.B.c.

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Diventare Diplomatico

A partire dal marzo dello scorso anno, ho maturato la decisione di tentare di entrare a far parte del corpo diplomatico italiano. Per potervi accedere, quantomeno in Italia, occorre superare l’apposito concorso pubblico che consta di una prova attitudinale, cinque prove scritte (storia delle relazioni internazionali, economia, diritto comunitario e internazionale, inglese e una lingua a scelta tra francese, tedesco e spagnolo) ed una prova orale. Nonostante uno studio stenuante, ma capace di farmi appassionare a molti aspetti di ognuna delle materie, non sono riuscito a superare l’ostacolo delle prove scritte a causa di un’insufficienza.

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Ciononostante, ritengo di aver imparato molto dall’esperienza e ho deciso di condividere alcune riflessioni. 

 

In primis, i 18 mesi che ho vissuto mi hanno reso ulteriormente evidente l’importanza del “contagio” orizzontale e verticale. In effetti, per quanto questo termine abbia assunto una connotazione negativa vista la recente pandemia, in un momento storico nel quale si tende a guardare ai vantaggi di uno studio individuale e spesso individualistico, io ho paradossalmente avuto empirica conferma dei suoi limiti. 
Di per sé la mia scelta di intraprendere questo percorso deriva in gran parte dalla fortuna di confrontarmi nel corso dei miei anni in Bocconi con fratelli che, più e prima di me, si sono appassionati alle relazioni internazionali. Senza un tale confronto non sarei probabilmente venuto a conoscenza di tale carriera né avrei mai saputo della mia propensione a studiare le materie che riguardano tale ambito. Inoltre, nell’ambito del corso di preparazione per il concorso mi sono interfacciato con persone le più diverse che hanno visto nella carriera diplomatica le cose più diverse. D’altronde è senz’altro vero che è possibile interpretare la professione secondo le proprie inclinazioni e probabilmente di questa diversificazione giova soprattutto il ministero degli Esteri. 
Per ciò che concerne il “contagio” verticale, invece, l’occasione di trovarsi in un contesto nel quale la collaborazione tra docenti e studenti è maggiore, è stata motivo di grande fascino per me. Il fatto che vi sia maggiore compartecipazione alla preparazione dei singoli - sia per proattività degli studenti che per una forma di campanilismo dei docenti rispetto alle altre scuole – mi ha permesso di rendermi conto di quanto sia importante cercare di mantenere un costante confronto con persone che hanno, salvo rarissimi casi, tanto da insegnare. Non ero mai riuscito a costruire rapporti così saldi con docenti universitari come in quest’ultimo anno della mia vita e me ne faccio autocritica. 

 

In secondo luogo, mi sono reso conto di una radicata discussione in seno alla Farnesina circa quale sia l’organizzazione ottimale per il nostro corpo diplomatico. In effetti, partendo dall’assunto per il quale l’Italia ha un personale diplomatico numericamente in linea, o semmai inferiore, alla media internazionale, ho trovato estremamente interessante ascoltare diversi pareri circa le proposte di riforma di un ministero così imponente. 
Da un lato, alcuni tra i massimi esponenti della categoria si fanno portavoce di una linea per la quale la maggioranza delle ambasciate in Europa sarebbe oramai superflua in quanto i rapporti tra Capi di Stato comunitari sono diventati frequentissimi e le notizie sulle situazioni interne a tali Paesi molto facilmente reperibili, mentre, d’altra parte, un’altrettanta nutrita frangia sostiene come sia impossibile pensare di rinunciare allo strumento della diplomazia diretta. I costi di mantenere delle sedi diplomatiche sono senz’altro molto alti e senz’altro la diplomazia dovrà forzosamente adattarsi a un mondo nel quale il suo compito muta con l’accrescere dell’accessibilità alle informazioni, ma ritengo comunque che la seconda argomentazione sia più convincente a causa della necessità di un corpo capace di dare continuità alla politica estera di una Nazione prestigiosa come l’Italia. 

 

Un’ultima riflessione riguarda l’impreparazione dei miei colleghi di master e di taluni fra i membri del personale diplomatico circa il cerimoniale. Mi rendo conto di come quest’aspetto possa non attrarre la curiosità di molti, ma ho trovato sconcertante la scarsa attitudine a porsi quesiti rispetto a determinati modus operandi che, al contrario, sono inequivocabilmente carichi di rilevanza. Un corpo espressione di classe dirigente non può permettersi di ignorare l’importanza del posizionamento delle bandiere o dell’ordine di entrata e questo mi convince, più di quanto non fossi, dell’importanza della sensibilizzazione a un tema così poco trattato e di tale complessità. D’altronde, in origine i diplomatici erano per lo più militari e questo ha lasciato in eredità una realtà fortemente gerarchica, dotata di codici di comportamento e di manifestazione di volontà.

 

Infine, credo meriti una menzione la condizione nella quale si tengono gli scritti di un concorso così prestigioso. Dunque, le cinque prove vengono svolte in un’unica settimana, sono della durata di 5 ore l’una e si svolgono mediamente dalle 10.30 alle 15.30 con convocazione alle 8.30. Ovviamente c’è un elemento di disorganizzazione abbastanza evidente ma in quei giorni ho avuto modo di ringraziare ogni giorno la mia esperienza universitaria per avermi permesso di vivere a stretto contatto con la pressione, che mi sembra, a questo punto della mia vita, ontologicamente affine alle ambizioni che avverto forti dentro di me.

Inevitabilmente la bocciatura ha costituito un momento di delusione ma, passata una prima fase di confusione, sono immediatamente tornato a studiare per prepararmi al meglio per l’uscita del prossimo bando. La vita porta a traiettorie spesso imprevedibili, non meno cariche di opportunità di quelle che avevano tracciato in origine. Per poter vedere la molteplicità di queste traiettorie credo occorra la voglia di ascoltare, la capacità di pianificare e l’incessante fame di comprendere.

Giovanni Battista Bronzini